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Gnut & la sua Jurnata ‘E Sole

Gnut & la sua Jurnata ‘E Sole

Ci sono diversi modi per conoscere Napoli: uno è quello di dare ascolto ai tanti luoghi comuni, che l’accompagnano; l’altra è quella di affidarsi ad artisti come Gnut, che, senza fronzoli, ne descrivono la vera bellezza

Se si chiudono gli occhi e si ascolta “Na’ Jurnata ‘E Sole”, le immagini, che passano dinanzi sono quelle del video: per te cosa è Na’ Jurnata ‘E Sole?E come vivi la sua attesa?

“Na jurnata ‘e sole” è l’attimo di tregua dai momenti difficili. La calma dopo la tempesta, la luce dopo il buio.
La consapevolezza di avere un’esistenza emotivamente altalenante è il conforto principale nelle fasi di attesa, la pazienza è l’unica arma contro questi periodi. Ci aggrappiamo alla speranza che finiranno prima o poi. E questa speranza ci aiuta a far passare il tempo più velocemente.
Il testo di questo pezzo l’ho scritto con Alessio Sollo su una melodia di Piers Faccini, ci siamo fatti guidare dall’atmosfera del pezzo, che enfatizzava la classica malinconia napoletana come un sorriso tra le lacrime.

Il nuovo album “Hear My Voice” è un progetto, che racconta l’anima di Napoli, senza pizza, mare e mandolino: quanto questi luoghi comuni ti hanno accompagnato e quanto ti hanno osteggiato?4 canzoni in napoletano, che parlano di “AMMORE”:come lo tradurresti in italiano, visto che l’ammore non è il semplice ti amo?

I luoghi comuni hanno sempre un fondo di verità. Qualche mandolino nel disco ci sarà, credo anche il mare in qualche modo, forse riusciremo a scansarci la pizza per questa volta.
Scherzi a parte il napoletano è una lingua straordinaria. Ha una musicalità incredibile e una forza evocativa unica al mondo. Amo fondere elementi della tradizione con altri culturalmente distanti. Per quanto riguarda “l’ammore” abbiamo riflettuto sul fatto che in napoletano non esiste il verbo “amare” ma solo il sostantivo “ammore”. Quindi è praticamente impossibile dire “ti amo” in napoletano. Letteralmente sarebbe “te voglio bene assaje”, ma non riesce ad esprimere pienamente un sentimento così grande, quindi a Napoli, quando ci innamoriamo, siamo costretti a scrivere poesie per dimostrare che quello che sentiamo è “ammore” e non semplicemente “bene”.
Con questo approccio sono nati quasi tutti i testi del nuovo disco.

Inutile chiederti una definizione per Napoli, perché, è una città, che, nel bene e nel male, si impone; che ti accompagna in ogni gesto, anche quando la lasci. E’ quello che ho avvertito ascoltando “”L’importante è ca stame buono”, con i Taralli&Wine,: ti vedi lontano da Napoli?

Ho vissuto lontano da Napoli per circa sette anni in cui sono stato a Milano. Quando sono partito sarei stato bene in qualsiasi altro posto del mondo, avevo l’esigenza di andare lontano da qui. La distanza poi ti fa capire tante cose ed ora non potrei vivere altrove. E’ una città con un’ energia molto particolare e piena di contrasti. La amo e la odio anche per questo.

La collaborazione con Sansone dei Foja; con Daniele Sepe e Sollo fa pensare ad un certo fermento sulla scena napoletana, dove si guarda avanti e non ci ferma ancorati al passato: come sono nate queste collaborazioni?

Sono nate in trattoria o tra le chiacchiere bevendo un caffè al centro storico. Siamo amici e ci stimiamo molto; quindi, è stato tutto molto naturale.

Curiosità personale: tra “Donna cuncetta”, “Alleria” e “Terra mia” se dovessi sceglierne una, quale porteresti con te?

Una scelta difficilissima ma credo “Terra mia”, perché rappresenta il disco che amo di più di zio Pino.

Progetti per il futuro? E al ragazzo del 2008, che ha iniziato questa avventura, cosa diresti?

Continuerò a scrivere canzoni, registrarle e portarle in giro. Questo EP è un estratto di un disco, che uscirà tra un anno con altre nove canzoni. Continuerò a fare colonne sonore, produzioni artistiche e farò, appena posso, un disco per bambini. Intanto vorrei sposarmi e avere una figlia femmina.
Al ragazzo del 2008 direi: “resisti perché le cose piano piano si aggiusteranno”.

Circa l'autore

Marianna Quartuccio

Marianna Quartuccio, fotografa, di origini campane, vorrebbe essere definita come “la cantastorie della fotografia”. C’è chi racconta una storia con le parole; lei a queste ultime sostituisce le immagini.

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